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 - Massimo Colombo

Trio Grande, il disco "americano" di Massimo Colombo

Jazz Convention -Flavio Caprera -  Luglio 2015


Massimo Colombo, pianista, compositore e arrangiatore, è un jazzista i cui progetti suscitano sempre forte interesse e curiosità. Nulla è scontato nella sua musica. Le sue idee guidano l'ascoltatore verso mondi che lui immagina e raffigura attraverso composizioni originali, profonde, che non trascurano, mai, l'aspetto lirico e melodico. Lo stesso di può dire di Trio Grande, un lavoro collocabile tra i migliori della sua carriera e tra i più interessanti e riusciti di piano trio del 2015. 

Jazz Convention:
Massimo Colombo, tu sei un pianista prolifico: facciamo un punto sulla tua produzione discografica... 
Massimo Colombo: Cercherò di essere il più sintetico possibile trattandosi di più di venti album. Il primo disco è Alexander (1989, Splasc(h) Records), con Marco Micheli e Francesco Sotgiu; è importante parlarne perché contiene il percorso che intraprenderò con le registrazioni successive. È un vinile: lato A trio acustico e lato B elettrico, in ciascun lato c'è anche una breve composizione per sole tastiere, da una raccolta intitolata 7 Frammenti, uno di questi diventerà uno studio per pianoforte che pubblicherò in seguito su Composizioni (1995, Tirreno). Dopo Alexander esce Games (1993, Modern Times) sempre in trio, con Tino Tracanna al sax tenore e soprano e Naco alle percussioni, è il primo album che contiene una suite, una forma musicale con la quale ho elaborato diversi progetti, tra i quali Conserto (1996, Modern times) per percussioni e quartetto di sax con Pier Favre. Nel 1993 nasce Linea C, con Walter Calloni e Stefano Cerri: con loro ho sviluppato il "lato elettrico" in tre dischi: Linea di confine (1993, BMG Ricordi), Mappa di un possibile viaggiatore (1996, Aspirine) e Salti ed assalti (1999, Map), il capitolo si è chiuso con la prematura morte di Stefano Cerri. Abbiamo fatto molti concerti in trio, anche se in realtà nei primi due dischi c'erano arrangiamenti orchestrali che riproducevo dal vivo con campionamenti. L'interesse per l'orchestrazione si è maggiormente sviluppato in altri quattro dischi realizzati con il Massimo Colombo World Ensemble: Mondo (1999, SYM), Sole (2000, SYM), Luna (2001, SYM) e un live del 2003 nel quale concludo un viaggio attraverso generi differenti con varie orchestrazioni e tanti musicisti che hanno collaborato. Il lato "elettronico", mi riferisco ai due frammenti di Alexander, è ampiamente sviluppato in altri tre dischi: Virtualmente (2003, SYM), Immagini (2004, SYM) e Assolo in equilibrio (2006, SYM), nell'ultimo ho registrato e suonato tutti gli strumenti, è stato divertente. I dischi in trio, compreso Alexander, sono cinque: due con Marco Micheli e Francesco Sotgiu, il secondo è Conscious (2004, Splasc(h) Records). Caravaggio (2005, SYM) con Billy Cobham e Jeff Berlin, Il gioco delle forme (2008, Splasc(h) Records), con Yuri Goloubev e Asaf Sirkis e il nuovissimo Trio Grande (2015, CDS) con Peter Erskine e Darek Oleszkiewicz. Un altro album che mi piace ricordare è Relazioni e rapporti (1994, Modern Times) in cui sviluppo trio, quartetto e sestetto con Paolo Fresu, Emanuele Cisi, Tino Tracanna e sempre Sotgiu e Micheli come ritmica. Ci sono anche due brani per pianoforte a quattro mani che suono con Franco D'Andrea. The Great Naco Orchestra è un lavoro per un'orchestra di percussioni e fiati dedicato a un amico scomparso, anche qui ci sono tanti ospiti. Il suono elegante (1997, SYM) contiene cicli di composizioni per pianoforte e una serie di duetti con strumenti differenti. 

JC
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MC: Non c'è un disco al quale sono particolarmente legato, ce ne sono alcuni più riusciti di altri ma non ho preferenze particolari. 

JC
MC: La composizione è lavoro costante, non sono molto attratto dall'idea del compositore che è ispirato da qualcosa in particolare, è un'immagine romantica che attrae il profano. L'ispirazione, se così vogliamo definirla, nasce dallo studio, dalla conoscenza, dall'ascolto di buona musica e da collaborazioni importanti. Non credo che una nuvola o un panorama possano ispirare qualcosa, possono piacere o meno ma non è certo da quello che nasce un'idea musicale. 

JC: Quando scrivi hai già in mente con che formazione li suonerai? 
MC: Si, quando decido di scrivere qualcosa di nuovo lo faccio sempre in funzione di uno strumento o di una formazione. 

JC: Se fossi un critico musicale come definiresti il jazz che suoni? 
MC: Dipende dal disco di cui devo parlare, alcuni non si possono proprio definire di jazz. In ogni caso il jazz occupa uno spazio importante nella mia scrittura, sia dal punto di vista ritmico che armonico. È un linguaggio contemporaneo da cui non posso prescindere ma se mi chiedi una definizione non saprei proprio che dirti. 

JC: Nella tua lunga carriera hai avuto modo di suonare e collaborare con importanti musicisti internazionali. Come nasce il progetto Trio Grande che ti vede accanto a Peter Erskine e Darek Oleszkiewicz? 
MC: Avrei avuto la possibilità di registrare con Erskine già nel 1993 quando la BMG mi propose di produrre un disco in trio, potevo scegliere gli artisti che volevo e allora c'era una buona disponibilità economica, sarebbe stato possibile. Preferii però realizzare il progetto Linea C, sarebbe stato più facile fare concerti e poi Walter Calloni è uno dei batteristi più interessanti e personali che ci sono in Italia, per non parlare di Stefano Cerri, erano una coppia perfetta! Non mi sono mai pentito di quella scelta. 

JC: E la registrazione del disco a Los Angeles... 
MC: Ho preferito allontanarmi per potermi concentrare esclusivamente sulla musica, se fossi rimasto in Italia avrei sicuramente avuto in contemporanea altri pensieri che mi avrebbero distratto. 

JC: Ascoltando Trio Grande quello che subito colpisce, a partire da Anna Magdalena e finendo a Una ragione in più, è l'impressionante empatia tra voi tre... Da quanto tempo suonate assieme? 
MC: Mi piacerebbe poterti dire che suoniamo insieme da anni ma non è così, ci siamo visti per la prima volta in studio a Los Angeles. Un mese prima della registrazione ho spedito le partiture e gli mp3 suonati al pianoforte. Quando sono arrivato in studio non abbiamo nemmeno fatto una prova, abbiamo iniziato registrando Anna Magdalena. Un paio di take per ogni brano e via così, il tutto è stato fatto con scorrevolezza e grande relax nell'arco di una decina di ore distribuite in una giornata e mezza. 

JC: Quanto c'è di improvvisato nel disco? 
MC: Anna Magdalena, La mia spalla sinistra e Balcanico hanno una parte di scrittura abbastanza importante con degli spazi per improvvisare, il tutto si collega però (anche grazie a Peter e Darek) con estrema naturalezza e quindi è difficile distinguere la parte scritta da quella improvvisata. Questo è uno dei miei obiettivi principali, confondere la scrittura con l'improvvisazione. Ci sono però altri brani come Jane, Valzer all'indietro, Trio Grande, Bah and Boh che hanno una struttura molto semplice, quasi simile a uno standard jazzistico. 

JC: I nove brani che compongono Trio Grande sono tue composizioni. Sono pezzi diversi musicalmente l'uno dall'altro ma che hanno una caratteristica comune: lirismo e narrazione. 
MC: Ho già risposto in parte nella domanda precedente. Mi rimane Stratego che è un brano prevalentemente ritmico, un po' funk che sicuramente è quello in cui l'improvvisazione prevale e l'ultimo, Una ragione in più dove invece l'improvvisazione è esclusa, è semplicemente un tema eseguito in trio. 

JC: Ci sarà un secondo Trio Grande? 
MC: Come si vede nella mia discografia, mi piace cambiare formazioni e sonorità, ora sto lavorando a un ciclo di composizioni per pianoforte solo tutte dedicate al jazz, con una forte valenza didattica. Ho in cantiere anche un ciclo di sonate, alcune delle quali già pubblicate da Carisch (pianoforte - vibrafono e pianoforte - basso elettrico) che vorrei riunire in un unico album. Trio Grande è stata un'esperienza entusiasmante: per realizzare un secondo capitolo ci vuole prima della buona musica, vediamo se arriva...

 

 

Il giornale - Novembre 2011

Intervista a Massimo Colombo - Luca Pavanel

La sua destinazione forse è ignota: si muove come un esploratore. Di suoni, di situazioni musicali, di nuove combinazioni. Mantenere il contatto con il pubblico è fondamentale, quindi ha privilegiato la via melodica (“perché l’ascoltatore comunque deve avere punti di riferimento”, dice). Anche se a parlare di John Cage & Co.- dunque la via della ricerca sul suono – parte in quarta e racconta mille cose. Il milanese Massimo Colombo è un compositore che frequenta molti generi – ha avuto il periodo word music - ed è assai attivo: oltre 50 incisioni, venti delle quali da leader. Eccolo in pista soprattutto nel jazz; tra gli altri ha collaborato con Paolo Fresu, Enrico Rava e Franco D’Andrea. Tra i suoi autori di riferimento c’è Bach…”. Sì, proprio lui, che col jazz – per i profani e a prima vista – sembrerebbe centrare poco. O no? “Lo trovo assai attuale – attacca il musicista che negli anni degli studi, tra i suoi docenti ha avuto il compositore di musica contemporanea Davide Anzaghi (e questo dice molto) -. Bach è tra i massimi artefici della polifonia”. Che insomma, nell’arte dell’improvvisazione è presente in maniera copiosa, pure nei tempi moderni; c’è tutta una schiera di pianisti che tiene più che care le sue lezioni, vedi “Brad Mehldau, Keit Jarrett e ancor prima, almeno nelle parti tematiche, Bill Evans“. Del resto Johann Sebastian è stato un grande improvvisatore; e l’improvvisazione è stata presente nei secoli (quanti brani scritti sono nati cosi), fino all’Ottocento, quando ha prevalso il gusto del virtuosismo e della partitura. E ora Colombo, dopo diversi percorsi ed incursioni, insieme ad altri musicisti di ottimo calibro vuole rendere omaggio al grande personaggio tedesco. Con un gruppo formato per l’occasione, nel quale compaiono nomi specializzati nel Barocco - come Omar Zoboli -: l’obiettivo è un progetto che in cd sarà negli scaffali all’inizio del 2012. Sui dettagli, top secret però: si sa che saranno delle “trio sonate”, all’origine scritte per organo, in cui – nelle nuove versioni - il pianista (dunque Colombo) si lancerà in esplorazioni di tipo improvvisativo. Musica forte – almeno per sommi capi - e jazz. Per l’autore milanese non è certo le prima volta con la classica, questa. Anzi, è la sua provenienza. Anche il suo ultimo lavoro – in circolazione da qualche mese (titolo “Doppia Traccia”, inciso con il sax soprano Felice Clemente), è il frutto, in parte, di questa sua passione e mescolanza. E’ un lavoro fissato sul pentagramma, di gusto neo-romantico, popolato da diversi inserti jazzistici. “Alcune composizioni – come recita la presentazione – hanno una scrittura polifonica (è il Bach che ritorna, ndr). Tra gli ascolti da segnalare, “Il duo Fantasia (op.624)”, un brano complesso nella forma. Belle le 15 immagini per pianoforte solo; un viaggio nei diversi stili. “L’insaziabile tono” e “La linea di spago” nascono come jazzistici ma nello sviluppo prendono altre vie.




Jazz Convention - Novembre 2011


Intervista a Massimo Colombo - Guido Michelone

Jazz Convention: Così, a bruciapelo puoi parlarci del tuo nuovo lavoro discografico?Massimo Colombo:
Doppia traccia è un progetto dedicato prevalentemente alla composizione, mi piace scrivere come improvvisare, spesso le due tecniche si implementano dando vita a imprevedibili scoperte. Doppia traccia contiene nove Notturni per pianoforte e soprano (al sax soprano Felice Clemente) dal carattere tardo romantico ma con forti contenuti jazzistici, sia dal punto di vista ritmico che armonico. Segue una Fantasia, una forma classica con un discreto sviluppo tematico ma con punti di improvvisazione quasi inavvertibili, possono eseguirla solo dei jazzisti ben preparati tecnicamente, è fuori dalla portata di un musicista classico per i momenti dedicati all'improvvisazione, credo sia un modo diverso per affrontare l'improvvisazione, sicuramente più colto ma lontano dai soliti cliché jazzistici. Segue poi una raccolta di quindici miniature per pianoforte in cui riecheggiano diversi stili. Si conclude con due brani di stampo più jazzistico, tema più improvvisazione sulla struttura ma con forme non tradizionali.
JC: Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?
MC: Ricordo due copertine di dischi che c'erano in casa: L'Emperor, o Concerto n. 5 per pianoforte e orchestra di Beethoven, e una partita di Bach per violino suonata da Yehudi Menuhin, sono stati i miei primi ascolti.
JC: Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un musicista jazz?
MC: Dopo essermi diplomato in pianoforte mi sono reso conto di avere più facilità nell'improvvisazione che nel memorizzare pezzi pianistici, inoltre ho sempre scritto musica e ho preferito di conseguenza sviluppare questa dote in campo jazzistico, genere che ho ritenuto più vicino ai miei interessi. Tutto questo dopo aver studiato per alcuni anni composizione e contrappunto.
JC: Ha ancora un significato oggi la parola jazz?
MC: Per i puristi il jazz finisce con l'era dello Swing, per i più "moderni" negli anni '40, per quanto mi riguarda la definizione di jazzista mi sta un poco stretta. Forse la parola jazz nella musica che si fa oggi non ha molto senso se non per chi continua a seguire i vecchi stilemi.
JC: Ma cos'è per te il jazz?
MC: Il jazz è swing, improvvisazione; Bud Powell e Thelonious Monk, per citare due pianisti che amo, rappresentano per me l'essenza del jazz.
JC: Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla musica jazz?
MC: Penso che il jazz sia libertà di esprimersi, di scegliere, di sperimentare, di rinnovare, cosa non facile in un paese che è rimasto indietro per tutto, anche per la musica, di almeno dieci anni.
JC: Come pensi che si evolverà il jazz del presente e il jazz del futuro?
MC: Sto cercando di capirlo giorno dopo giorno, guardandomi intorno e sperimentando nuovi metodi di scrittura e di approccio alla musica.
JC: Tra i molti dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
MC: Caravaggio: è stata un'esperienza particolare visto la collaborazione con due nomi importanti della scena internazionale, Billy Cobham e Jeff Berlin. È stato registrato molto velocemente, sono quasi tutte prime take, ma l'atmosfera è molto rilassata e la musica è piacevole, l'interplay è incredibile nonostante non ci siano state prove prima della registrazione. È stata una giornata magica, molto emozionante, senza contare che al banco di registrazione c'era anche Miroslav Vitous che ha contribuito al missaggio del disco.
JC: Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?
MC: Nella vita di un musicista è essenziale incontrare i maestri giusti e da questo punto di vista devo dire che sono stato fortunato. Il mio primo maestro è stato Rino Rebecchi, con lui ho studiato organo per una decina d'anni studiando Bach, ma anche molti brani del repertorio leggero jazzistico - ho iniziato a nove anni. In seguito sono passato al pianoforte con Roberto Bassa, il suo contributo è stato fondamentale per la conoscenza del repertorio pianistico, mi ha fatto leggere migliaia di pagine di musica e conoscere un'infinità di autori, gli devo molto.
JC: Ma ci sono stati anche molti altri "maestri"...
MC: Il salto di qualità per quanto riguarda lo studio sullo strumento è invece avvenuto con Alberto Colombo, un concertista di musica classica, che mi ha aperto le porte alla "conoscenza del suono", dell'interpretazione e della disciplina che richiede uno studio serio ed approfondito della musica, con lui mi sono diplomato. Per composizione ricordo con affetto Angelo Corradini, mi ha aperto le porte dell'armonia e del contrappunto, una grande personalità. Un altro musicista che mi fa piacere ricordare è un jazzista scomparso da qualche anno, il suo nome è Sonny Taylor, lui mi ha dato i primi rudimenti di jazz e mi ha convinto a fare il salto del fosso. Tutte persone molto umili e simpatiche, che non hanno mai regalato nulla, con loro sono cresciuto, ho amato ed odiato la musica. Sono felice di averli incontrati.
JC: Qual è stato per te il momento più bello della tua carriera di musicista?
MC: Nel 2009 ho suonato dal vivo al Festival jazz di Padova un Concerto per trio jazz ed orchestra d'archi che il Festival stesso mi ha commissionato, alla fine delle prove generali i musicisti dell'orchestra hanno battuto gli archetti sui leggii in segno di stima, è stato un momento emozionante.
JC: Quali sono i musicisti con cui ami collaborare?
MC: Suono da parecchi anni con il quartetto di Tino Tracanna che considero uno dei sassofonisti più interessanti che abbiamo in Italia, inspiegabilmente sottovalutato dalla critica. Da qualche anno collaboro anche con Felice Clemente, un allievo di Tracanna, un giovane talento che a mio parere promette bene.
JC: Cosa stai progettando a livello musicale per l'immediato futuro?
MC: Ho un paio di progetti in arretrato che mi piacerebbe registrare, il Concerto per trio jazz e orchestra d'archi e una raccolta di 30 brani per pianoforte che ho intitolato Giochi (una parte di questi è già stata registrata da un concertista classico che si chiama Stefano Bigoni). Al momento sto componendo una serie di brani che registrerò sicuramente con una formazione che prevederà anche degli strumenti a fiato, ci sto pensando, magari per l'anno prossimo.
JC: E novità discografiche?
MC: Dovrebbe invece uscire quest'anno un particolare progetto dedicato a Bach, sono tre sonate per organo riarrangiate per pianoforte, clarinetto basso, oboe, soprano e batteria. All'interno sono previsti anche momenti di improvvisazione, è stato interessante collaborare con dei veri maestri della musica barocca (Sergio Del Mastro, Omar Zoboli, Yael Zamir) ed interagire con principi d'improvvisazione diversi, il gruppo si chiama "Bach off beat".

Il cittadino, cultura e spettacoli - Maggio 2008

Intervista a Massimo Colombo - Stefano Corbetta

Vecchia diatriba filosofica quella tra forma e sostanza, concetti spesso contrapposti, ontologicamente inconciliabili, diciamo così… scomodi. In arte però le cose si giocano sempre su piani differenti e i processi creativi fortunatamente sfuggono a categorie e meccanismi universalmente riconosciuti. Così accade che un disco possa intitolarsi Il Gioco delle Forme, che la musica racchiusa in esso sia un perfetto equilibrio tra queste due dimensioni, e che nelle quindici tracce che lo compongono convivano gli echi della tradizione colta europea e quegli imprescindibili elementi che hanno caratterizzano l’evoluzione della musica afroamericana dalle sue origini ad oggi: improvvisazione, interplay e swing, se a quest’ultimo si attribuisce l’accezione più ampia del termine. Il titolare di questo bellissimo disco è Massimo Colombo, pianista milanese ormai noto ai jazzofili più intransigenti di casa nostra e d’Europa, che ha inciso il suo ultimo disco con Yuri Goloubev al contrabbasso e Asaf Sirkis, batterista israeliano, musicisti che dalle prime note si sintonizzano perfettamente sulla lunghezza d’onda del leader. Lo abbiamo incontrato nella sua casa milanese.
Esce in questi giorni il tuo terzo disco per la splasc(h.), Il Gioco delle Forme. Il primo, “Alexander” (1989) e poi “Conscious” (2004), erano stati incisi con Marco Micheli e Francesco Sotgiu… Questa mi pare un'incisione in cui la matrice di stampo "cameristico", o più in generale legata alla tradizione colta europea sia molto presente... ce ne puoi parlare?
E’ la mia cultura; la musica che ascolto e le mie riflessioni riguardano prevalentemente autori di matrice classica, come del resto facevano anche alcuni grandi jazzisti, da Bud Powell a Charles Mingus a Chick Corea. Avendo poi una nutrita esperienza come jazzista ne esce un miscuglio che raccoglie un po’ tutto e che “suona” tra il classico ed il jazz, credo sia il mio stile no?
Assolutamente. Poi però uno arriva alla fine del cd e scopre un brano come Maelstrom Suite, dedicato a Lennie Tristano; una dimensione totalmente differente. Sorprende…
Mi è sembrato importante contrapporre in maniera forte la composizione all’improvvisazione, per esaltare i differenti caratteri, legati da una linea sottile che li accomuna: lo stile. E poi è importante la relazione che si può stabilire tra la letteratura e la musica, come nel caso del racconto di Edgar Allan Poe “Una discesa nel Maelstrom”, dal quale ha tratto ispirazione Lennie Tristano per una sua “invenzione” e dal quale io ho ricavato lo spunto per l’ultimo brano del disco, l’unico in piano solo, dedicato per questo motivo a Tristano.
Cosa ha lasciato in eredità alla musica afroamericana un musicista come Tristano?
Un forte contatto con la musica classica (pur mantenendo il senso tragico del blues) che ha generato un differente senso dello swing, lui è stato l’unico. L’interesse costante per la ricerca di un suono nuovo, strumentale ed armonico che ha indicato nuove direzioni al jazz moderno. E’ un musicista e compositore fondamentale che a mio avviso viene ancora oggi sottovalutato da molti.
Cosa della musica colta europea ti ha influenzato maggiormente nei tuoi anni di formazione?
Senza dubbio Bach, che rimane per me ancora oggi un punto di riferimento principale anche per lo studio dello strumento. Poi Chopin, Schumann e Scriabin, che ho studiato a fondo e dai quali ho imparato l’importanza dello sviluppo armonico. Guardando fuori dall’Europa penso a Villa Lobos, Ginastera, Guarnieri, Revueltas compositori che trattano l’armonia del Novecento con una sensibilità ritmica diversa, molto interessante e per certi versi simile alla cultura jazzistica per la massiccia presenza di sincopi e contrattempi ma con assenza di swing, o meglio, con uno “swing” differente.
E in ogni caso Il Gioco delle Forme è un'altra incisione in trio, ma con musicisti differenti...
Come ho scritto nelle note di copertina il trio è una formazione perfetta, ideale per improvvisare o eseguire musica scritta, quando i partner sono ideali (e non è così facile trovarli) si raggiunge un interplay che può raggiungere momenti di grande emozione per chi suona ed anche per chi ascolta. Mi piace collaborare con musicisti che abbiano una sensibilità diversa, che hanno vissuto una realtà differente da quella italiana. E’ stato bello nel precedente disco “Caravaggio” con Billy Cobham e Jeff Berlin e ho voluto provare anche in quest’ultimo, con un musicista russo (Yuri Goloubev) ed uno israeliano (Asaf Sirkis). E’ importante aggiungere che da parte loro c’è stato molto interesse per la mia musica e di conseguenza una grande partecipazione che traspare chiaramente dalla registrazione.
Dal punto di vista compositivo c'è qualche riferimento di cui hai tenuto particolarmente conto nella stesura dei temi?
Ho voluto lavorare principalmente sulla forma breve, riducendo l’improvvisazione al minimo per renderla quasi simile alla scrittura, credo che nel disco non ci siano note di troppo, è tutto molto calibrato ed essenziale. Anche dal punto di vista strumentale ho dato importanza alla musica e non al fatto che sia il disco di un pianista, tutti gli strumenti hanno lo stesso valore, nessuna supremazia e un unico intento: fare musica insieme.
Personalmente trovo questo disco coraggioso, un'importante operazione culturale in mezzo a tanta produzione più commerciale... non è un pò rischioso?
I veri rischi sono quelli che avvengono quotidianamente nell’attribuire aggettivi spropositati a personaggi di poco valore, per i quali non sprecherei nemmeno l’attributo di “artista”. Sai, tutto ciò ricade pericolosamente dal punto di vista educativo sui giovani, ai quali magari quell’ orizzonte appare l’unica strada percorribile… La bellezza della musica sta invece nell’indagare la sua profondità, mentre molti stanno in superficie, leggeri e contenti del nulla. Questo modo di vivere la musica è oramai divenuto normale e vieta categoricamente alla gente comune la possibilità di scoprire che l’arte è molto di più che un semplice motivetto pubblicitario.
Cosa consiglieresti oggi a chi volesse intraprendere una carriera musicale?
Come per qualsiasi altra carriera consiglierei di studiare, il più possibile, di approfondire, di ricercare e di non puntare tutto sulle trasmissioni che vanno di moda oggi, impostate prevalentemente sull’immagine e il facile guadagno… del resto ti garantisco che chi studia veramente non le prende minimamente in considerazione. Una cosa è certa: studiare è molto faticoso e non tutti hanno voglia di farlo, i risultati però sono diversi e sono purtroppo pochi quelli che li raggiungono.

Note di viaggio

Intervista a Massimo Colombo a cura di Guido Festinese

Massimo Colombo, nato a Milano nel 1961, è uno dei nomi importanti del jazz italiano al confine tra famiglie di note in genere considerate entità autonome. Le sue composizioni spaziano dagli studi per pianoforte solo a classici trii jazz col pianoforte, da partiture per organici cameristici a brani assai evocativi in cui emergono tasselli e profumi di musiche etniche contemporanee, tradizionali o meno. Con Stefano Cerri e Walter Calloni ha dato vita nel '93 al gruppo Linea C, un ensemble che riesce a coniugare l'amore per il jazz rock compatto, filante e intelligente dei Weather Report e quello per la world music. Il tema del mosaico di note che avvolgono il pianeta torna nell'ultimo, programmatico lavoro, Mondo, in cui il pianoforte e le tastiere di Colombo incontrano le percussioni di Jorge Gonzalez Rodriguez, Marco Fadda e Daniele Di Gregorio, l'oboe, il corno inglese e lo shenai di Mario Arcari, il contrabbasso di Marco Micheli, e tanti altri protagonisti di una scena sempre assai vitale, anche se poco considerata dai grandi media. Un musicista viaggiatore, Colombo, e da qui prende le mosse la prima domanda.

Nei tuoi lavori, e in quelli con Linea c, torna con insistenza il tema del to un pò ovunque. Quave; ovunque. Quando e come viaggi? Dove hai avuto le sensazioni più confortanti, e dove quelle che ti hanno più aiutato nel tuo personale archivio della memoria musicale?
È vero che gran parte dei lavori che ho realizzato sono dedicati ai viaggi ed è vero che, se non avessi visitato altri continenti e ascoltato la musica locale, probabilmente mi sarei fermato al jazz o alla musica classica. Ho iniziato a viaggiare da quando ho conosciuto mia moglie: la vera viaggiatrice è lei. Arrivato sul posto registro tutto quello che mi piace, acquisto cassette, parlo con musicisti del luogo, magari compro anche piccoli strumenti che poi suono in qualche brano. Un particolare interesse l'ho sempre avuto per i paesi arabi, per l'intonazione delle loro scale, per la melodia così fiorita, per i ritmi percussivi, per l'incanto dei loro paesaggi. Il periodo giusto per viaggiare cambia ogni volta, quando arriva la voglia se ne incomincia a parlare e poi si va. In questo momento mi piacerebbe visitare Israele. Una sensazione confortante l'ho avuta nel parco del Ngoro-Ngoro in Tanzania, guardando un cielo stellato pieno di disegni luccicanti in un silenzio che pareva innaturale; intorno natura, animali e profumi di terra: straordinario! In India, sul Gange, è stato bellissimo ma mi sono sentito confortato dall'idea di abitare a Milano. Il Marocco è una terra che ti accoglie e ti culla, sembra quasi di vivere in una fiaba per la luce che ti circonda. Là ho fatto alcune scoperte preziose, ma ne sono un pò geloso.

Sei uno dei musicisti che si muovono con più facilità tra organici cameristici e classici, combo jazz, lavori in solo, collaborazioni "trasversali". A cosa è dovuta questa facilità?
Alcuni anni fa nel giro di una settimana mi è capitato di registrare un cd con l'orchestra Filarmonica della Scala diretta dacontemporaneamente di eseguire un concerto di standancerto di standard con un trio di jazz e uno basato su colonne sonore; in più un concerto d'organo con cantante lirica soprano, una serata di world music con Linea C e, per finire, un concerto con il quartetto di Tino Tracanna che mi disse: "quella del musicista è una attività davvero schizofrenica!" Sono d'accordo: ancora oggi è così, anche se una settimana simile è rimasta un simbolo. Facilità e conoscenza viaggiano (anche loro) insieme.

Risulta evidente, dalle citazioni dei tuoi brani, che sei un forte e curioso lettore; Quale lettura negli ultimi anni ti è sembrata più rilevante?
Cito tre titoli: Asia di Tiziano Terzani, un gran giornalista che racconta gli eventi della storia asiatica vissuti in prima persona, la trilogia di Asimov e La donna che morì dal ridere di V. S. Ramachandran, un noto docente di neuroscienza.

I tuoi lavori accolgono spesso grandi percussionisti. Uno per tutti: Naco, lo sfortunato inventore di ritmi e strumenti cui hai anche dedicato gli arrangiamenti di The Great Naco Orchestra. Come lo ricordi? E cosa pensi di Marco Fadda, che spesso "colora" i brani dell'ultimo Mondo?
Naco è stato un grande amico e senza dubbio devo a lui l'amore per le percussioni. Lo ricordo in ogni lavoro che riesco a portare a termine. Marco Fadda è un percussionista completo ed è tipico del suo modo di fare la proposta continua di idee e spunti. Ha un sacco di magnifici strumenti che suona con perizia e mi piace anche il suo gruppo Avarta.

A quale figura del jazz più "aperto" ti senti vicino, a livello internazionale e a livello locale?
A livello internazionale mi sento vicino ad Egberto Gismonti del quale conosco parecchia musica; è magnifico il miscuglio tra classica e radici popolara, che è il Brasile. Inoltre, ha una capacit& ha una capacità che gli invidio moltissimo: sa suonare pianoforte e chitarra, oltre a saper comporre per qualsiasi organico. Dei "nostri" mi piace ciò che scrive Emilio Galante, col quale collaboro da quest'anno. È un compositore classico che si è avvicinato alla cultura jazzistica con un suo stile particolare. Il suo cd Sciare di fuoco (BMG Ricordi) è molto interessante.

Linea C lavora dal vivo, e forse dal vivo esprime il meglio della propria forza. È sensato pensare a un live al di là di tutte le tristi faccende che condizionano in Italia il mercato delle "altre" musiche?
Nel corso degli ultimi anni abbiamo raccolto del materiale live, anche con qualche ospite. Dopo aver inciso Salti ed assalti abbiamo fatto diversi concerti dal vivo con registrazioni, dalle quali credo scaturirà presto un cd.

Cosa non ti stanchi di ascoltare?
Decisamente Over the Rainbow suonata da Jarret, i quartetti d'archi di Villa Lobos, Weather Report, Paul Hindemith, per citare le prime cose che mi vengono in mente.

La citazione, il frammento, il campione, il ricordo di un suono: tu usi spesso questi materiali. È un discorso che intendi approfondire?
Credo che non sempre per trasmettere o tradurre determinate sensazioni sia necessario ricorrere ad una composizione musicale vere e propria. Il campione, o frammento, rappresenta per me una pennellata di colore che aggiunge movimento e vita alla musica. Può trovarsi in qualsiasi punto e sorprendere, accecare. È un discorso che mi interessa e che approfondirò senz'altro anche in futuro.




Jazzitalia - Marzo 2005

Alceste Ayroldi

Quando hai fatto della musica la tua professione?
Ai tempi del liceo conducevo una vita musicale parallela abbastanza impegnativa, tra esami in conservatorio e concerti in diversi gruppi locali. La mia prima tournè l'ho fatta tra la quarta e la quinta liceo ed è quindi in quel periodo che ho iniziato ad affrontare l'attività professionale.

Che ruolo ha la composizione nella tua evoluzione di musicista?
Da quando ho iniziato a suonare (avevo circa otto anni) ho sempre improvvisato ed appena ho avuto i mezzi per poter scrivere, la composizione si è sempre alternata all'improvvisazione. Ho scritto parecchie raccolte di pezzi per pianoforte, studi, preludi, sonate, anche con forme che alternano la scrittura all'improvvisazione. Gli studi op. 66 sono la mia prima raccolta di brani per pianoforte e risalgono al 1988, da allora ho scritto oltre cinquecento brani di vario genere e stile, per formazioni semplici e complesse.

Hai rivolto particolare attenzione alla musica elettronica ed alla musica etnica: cosa significano oggi per te questi generi musicali?
La musica elettronica mi è sempre piaciuta perchè il mio primo strumento è stato un organo elettronico. Nei primi gruppi suonavo i brani di gruppi italiani come PFM, Orme ed ero fanatico di Emerson Lake and Palmer. Il jazz non mi piaceva, avevo sedici anni e gli interessi erano completamente diversi. L'interesse per la musica etnica nasce invece dai diversi viaggi che ho fatto con mia moglie e che oggi continuo a fare anche con mio figlio. Ho visto una bella fetta di mondo e le conoscenze musicali extraeuropee sono tutte autentiche e trasposte nella mia musica.

Con Walter Calloni e Stefano Cerri nasce il trio Linea C?
...un favoloso trio che per i tempi ed i pregiudizi di questo paese era decisamente troppo avanti. Le composizioni erano complesse ma melodiche, avevamo una scenografia, le luci, i profumi. Ogni concerto era un viaggio vero e proprio, musica classica, etnica, funk rock, jazz, una miscela che richiamava alcune atmosfere dei Weather Report (l'unico riferimento possibile per i critici) ma che non aveva nulla a che fare con quel gruppo. E' durato quasi un decennio ed è stata una magnifica esperienza che si è conclusa con la prematura morte di Stefano.

Hai collaborato con l'orchestra Filarmonica della Scala, diretta da Riccardo Muti: ritieni che sia un passaggio "obbligato" la musica classica?
Un formazione classica è fondamentale per una buona preparazione sullo strumento e per la cultura musicale. E' fondamentale incontrare il "maestro" giusto, se incappi nell'insegnante mediocre sei "fregato", la musica classica diventerà inspiegabilmente brutta ed inutile. Io sono stato fortunato, il mio maestro (Alberto Colombo) è stato un famoso concertista ed un ottimo didatta. Se non avessi studiato musica classica non avrei avuto i mezzi per affrontare l'esperienza con Muti e la Filarmonica. Un consiglio per i giovani studenti è: diffidate di chi afferma che la musica classica è inutile per suonare jazz, in quel caso avete incontrato un idiota e quindi allontanatevene immediatamente.

La tua passione per le percussioni ti ha portato a realizzare dei lavori come Games e Conserto nonchè a comporre per la Great Naco Orchestra: pianoforte e percussioni sono distanti?.
Il pianoforte è uno strumento percussivo per eccellenza e questo l'ho imparato principalmente da autori classici come Bela Bartok ed Alberto Ginastera. In "Conscious", l'ultimo disco che ho registrato per Splasch è evidente nel brano "Rumori molesti"

Chi sono i compositori a cui ti riferisci?
I miei autori preferiti vanno da Bartok, Hindemith, ll, Parker, Monk a Djavan, Veloso, Guinga, sono tanti ed appartengono a generi diversi.

Hai alternato numerose tipologie di formazioni: quale prediligi?
Mi piace suonare in trio, per gli spazi e l'interplay che si possono creare. E' la formazione classica del pianista jazz.

Parliamo della tua attivitá didattica?.
Ho sempre considerato l'insegnamento come un valido punto d'appoggio per potersi permettere un'attività musicale indipendente. Ho iniziato ad insegnare molto presto ed in quasi 25 anni di attività ho maturato una grossa esperienza che mi ha spinto a scrivere due libri per la Carisch (uno dei quali sull'improvvisazione jazzistica insieme ad Attilio Zanchi) ed altri manuali di teoria per il Centro Professione Musica di Milano, la scuola dove insegno da ormai più di dieci anni. Purtroppo vedo che l'insegnamento è diventato oggi un punto d'appoggio per molti musicisti non preparati e questo va a discapito di chi vuole imparare. I più dotati riconoscono il cattivo maestro, ma tutti gli altri?

Preferisci la registrazione live o in studio?
In studio riesco a concentrarmi meglio, comunque anche una registrazione in studio può essere live.

Hai collaborato con tantissimi musicisti: quale ricordi con maggiore piacere?
Rimarrà sempre forte il ricordo dell'amicizia che ho avuto con Naco, un formidabile percussionista con il quale ho avuto il piacere di suonare e di registrare insieme più lavori. E' un gran peccato che non ci sia più, era veramente unico come persona e come musicista.

Con chi ti piacerebbe collaborare?
Non ho mai suonato con Roberto Gatto, mi piacerebbe, ma credo appartenga all'irraggiungibile casta dei Raviani. Sono gli eletti del jazz in Italia.

Come nasce il tuo ultimo lavoro?
Con "Conscious" ho ripreso la formula del trio senza trascurare l'elettronica, perchè ho sempre pensato che è importante affrontare e sviluppare anche sonorità differenti. Chi snobba l'elettronica trascura una parte di sviluppo musicale che è imprescindibile dai tempi moderni e quindi dal mio punto di vista assume esclusivamente un atteggiamento snobbistico ed ignorante (poichè vuole ignorare). Tanti non lo fanno semplicemente perchè non ne sono capaci, non tutti sono in grado di affrontare le peripezie virtuali del computer.

Preferisci l'esecuzione o la composizione?
Come esecutore ho fatto qualche concerto di musica classica poco dopo il diploma di pianoforte ma ho abbandonato quasi subito perchè ho capito che non era proprio la mia strada. I "veri" pianisti classici sono inavvicinabili ed alcuni jazzisti che hanno il vezzo di eseguire opere classiche sono semplicemente ridicoli. A ciascuno il suo. In ogni caso ho sempre preferito comporre ed eseguire musica scritta da me.

Ora sei ritornato al jazz. Cosa pensi di fare "dopo"? Quali sono i tuoi programmi?
Innanzitutto vorrei fare dei concerti con il trio! Non credo di essermi mai allontanato dal jazz, semplicemente non ho fatto dischi di questo genere a mio nome per alcuni anni, ne ho fatti però con il gruppo di Tino Tracanna, con il quale collaboro da parecchio tempo. Credo che la mia attività di musicista continuerà su strade differenti, perchè ho interessi differenti, perchè basta guardare dietro l'angolo per vedere che tutto cambia ed il jazz per me rimane comunque solo un genere, affascinante, emozionante ma solo un genere.
Sono curioso delle nuove sonorità pur essendo ferreo nella tradizione, mi rendo conto che il mio atteggiamento musicale è destabilizzante per molti critici ma dopo aver fatto alcuni dischi sono convinto che l'importante sia continuare nella ricerca seguendo tutte le strade possibili, virtualmente o acusticamente.




All About Jazz - Marzo 2001
Intervista a Massimo Colombo - Luigi Sidero

"le barriere esistono ovunque tra leggera. Comunque, negli ultimi tempi, le cose stanpi, le cose stanno leggermente cambiando; avverto maggiore apertura sebbene la world music, che dovrebbe legare tutti i generi, in realtà è la più settaria di tutte. Se sei italiano devi suonare tarantelle..."

All About Jazz Italia ha intervistato il pianista, compositore e arrangiatore Massimo Colombo. Il musicista, oltre a vantare numerose collaborazioni con i migliori jazzisti del panorama nazionale, è l'alfiere di una world music fortemente influenzata da stilemi provenienti dal mondo classico e jazz. In questa intervista ci dà il suo punto di vista su alcuni aspetti della propria musica e sulla situazione musicale in Italia.

In che modo hai iniziato a suonare e quando ti sei accorto che la musica poteva diventare la tua professione?
Ho iniziato a studiare organo all'età di nove anni, dopo inutili tentativi di accostamento alla chitarra, alla batteria e al basso; durante gli anni del liceo ho cominciato a bigiare per andare a studiare pianoforte di nascosto e poi per poter fare le prime tournée.

Quali sono gli artisti che più hanno influenzato il tuo modo di scrivere e fare musica (con particolare attenzione al mondo della letteratura pianistica)?
Per quanto riguarda il pianoforte sicuramente Robert Schumann e Paul Hindemith, ma qui siamo in ambito classico, invece nel jazz direi Bud Powell, Red Garland, Winton Kelly.

Azzarderesti una definizione di "jazz"?
Un genere musicale, con tutti i limiti che questo comporta, tuttavia indubbiamente interessante per l'aspetto creativo estemporaneo. Non posso dimenticare che se dopo il diploma di pianoforte ho abbandonato la via della musica classica è per merito del jazz.

La tua musica è caratterizzata dalla coesiste; stili: ritieni sia questa la strada da seguire pera da seguire per la nuova composizione?
Decisamente, visto che un genere solo, per quanto approfondito, non può che stare stretto alla lunga. In ogni nuova cosa che si conosce ci sono aspetti interessanti che possono essere miscelati nella composizione. Sto ascoltando adesso un disco egiziano e trovo che ci siano spunti innovativi, almeno per me, che magari sono il frutto a loro volta di influenze che quell'artista ha subito. Insomma il jazz e solo il jazz, per quanto interessante, è limitato.

Il progetto Linea C voleva essere proprio questo, sintesi tra jazz, classica e rock?
No, Linea C è nata così, proprio perché i tre componenti erano molti diversi, avevano peculiarità culturali differenti .

Parlando di contaminazione fra musica classica e jazz: è difficile non ammettere la presenza di una certa avversione da parte del mondo accademico per queste "aperture" ad altri stili. Come consideri e giustifichi questi atteggiamenti?
I compositori classici (vedi Debussy, Milhauh, Hindemith, Strawinsky) l'hanno sempre messa sul ridere (dal loro piedistallo), viceversa le composizioni classiche "jazzate" hanno spesso offerto risultati di cattivo gusto. Lo dico perché proprio in questo periodo sto facendo alcuni concerti basati su una composizione di Claude Bolling per trio jazz e chitarra. A molti piace; io, per quanto lo giudichi divertente, penso che in realtà non abbia alcuna profondità artistica.

La formazione all'interno del Conservatorio di Musica (come è stata la tua) è un grande tesoro per molti musicisti. Tuttavia, pur offrendo un eccellente patrimonio tecnico e di facilità di lettura, non credi che spesso i Conservatori tendano a chiudere e restringere la visione musicale di molti studenti iderando che solo in alcune di queste istituzioni vie istituzioni viene insegnato il jazz e "trattato con dignità")?
Non è una caratteristica esclusiva dei conservatori quella di non avvicinare ad un altro genere: le barriere esistono ovunque tra jazz, classica, leggera, ma siccome il conservatorio è una struttura più grande, se ne parla di più. Comunque negli ultimi tempi le cose stanno leggermente cambiando, avverto maggiore apertura sebbene la world music, che dovrebbe legare tutti i generi, in realtà è la più settaria di tutte. Se sei italiano devi suonare tarantelle...

E, d'altro canto, le scuole di musica private, privilegiando altri stili musicali, spesso tralasciano l'insegnamento della cultura classica.
Già, proprio come dicevamo.

Tornando alle tue esperienze professionali, quali sono le collaborazioni che ricordi con più piacere?
Il quartetto con Attilio Zanchi e quello con Tino Tracanna che continua tutt'ora.

A proposito di Tracanna: parlaci del vostro lavoro su dischi come 292 e Games.
292 è uno dei dischi più belli che mi sia capitato di registrare (come collaboratore); Games nasce da una partitura scritta prima per duo, poi diventata trio. Insomma sono due dischi che non possono prescindere da Naco, e siccome è nota l'enorme stima che ho di lui - e si noti bene - che ho sempre avuto di lui, ho detto tutto.

Spesso alcune tue composizioni possono essere considerate delle "immagini sonore". Nel processo compositivo è una particolare visione a guidare la musica o sono piuttosto le note a voler creare quella determinata immagine?
Secondo me è la melodia a ricreare un'ambientazione.

In che maniera alteri il tuo modo diattarti a contesti diversi, siano il trio, l'orchest trio, l'orchestra, il piano solo, e cosa cerchi in questi diversi formati?
Il modo di comporre è quello; decido le formazioni sulla base del progetto che sto realizzando. Seguo un percorso che deve avere determinati colori e di conseguenza formazioni diverse, che devono trasmettere immagini, sensazioni.

A proposito dei quattro dischi realizzati collaborando con la Simphonia SGR: illustraci il percorso di questi quattro lavori accomunati dalla costante ricerca di nuove forme espressive.
Finalmente ho avuto l'occasione di NON lavorare con un'etichetta vera e propria, è stata quasi una fortuna e quindi ho potuto decidere, scegliere l'indirizzo di ogni lavoro. Il primo disco è di carattere semi-accademico (Il suono elegante, N.d.R.), il secondo (The Great Naco Orchestra, N.d.R.) è dedicato a Naco e quindi è latino-americano con tanti amici che suonano, mentre gli ultimi due, Mondo e Sole, racchiudono l'esperienza di tutti i miei lavori precedenti. Credo sia una sintesi, da cui nasce il cosiddetto mix di generi, uniti senza problemi (dalla song latin alla sonata per pianoforte).

Com'è nata l'idea di far precedere alcuni dei brani di Mondo da campionamenti di registrazioni effettuate durante i tuoi viaggi?
Perché si tratta di macchie di colore che catapultano chi ascolta in un ambiente ancora prima che inizi la musica. Ci si aspetta e ci si prefigura già un panorama, una situazione.

Sole è registrato in digitale: quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa tecnica di registrazione?
Vedo solo vantaggi: è una tecnologia nuova, il suono è estremamente pulito. Non credo alla faccenda che l'analogico sia più "caldo" del digitale. È un luogo comune.

Comee registrazioni in questi dischi che hanno coinvolto hanno coinvolto numerosi e diversi musicisti? È stato privilegiato un approccio "live" o si è preferito registrare in tempi diversi le parti per poi sovrainciderle?
La parte ritmica è sempre stata registrata live, le aggiunte deigli strumenti solisti sono state sovraincise, anche perché i musicisti vengono da tutta Italia ed esistono problemi logistici.

In Sole è sorprendente la tua capacità di scrivere più brani in stili diversi. Una scelta voluta?
Più che una scelta, un'esigenza, una ricerca di stimoli nuovi, un divertimento. E poi chi lo ha ascoltato mi ha detto che è "quasi come viaggiare" e questa cosa mi piace.

Da docente del Centro Professione Musica di Milano, cosa noti nei tuoi allievi oggi?
Purtroppo noto che la voglia di studiare e di cercare è poca. E noto anche che i gruppi che fanno cover hanno smorzato la voglia di inventare, la creatività di chi comincia a suonare.

Una valutazione sull'industria musicale
È inutile mentire: conosco le etichette, anche le più grandi con le quali ho avuto a che fare. Le difficoltà per chi scrive musica "particolare" sono note, nessuno ti spiana la strada, anzi! Avrei potuto fare dischi con jazzisti americani per metterremi più in luce, ne ho avuto l'occasione però non l'ho fatto perché le mie scelte sono diverse, lì da vedere (o da sentire, meglio). Con le etichette devi adeguarti alle loro richieste, che devono rientrare in canoni precisi, questo vale per ogni genere musicale ed è chiaro che questo non mi va a genio.